
Il suo itinerario visivo che qui è stato raccontato è un lungo percorso che comincia a svolgersi nei primi anni ‘80 su ispirazione - come lui stesso ha affermato - dei tedeschi Bernard e Hilla Becher (rinomati maestri dell'altrettanto rinomata scuola di Dusseldorf). Con “Ritratti di fabbriche” inizia un’indagine sulle fabbriche della sua città, una sorta di ricerca di un territorio, quello periferico, fino a quel tempo ancora poco indagato. E’ anche il lavoro che lo traghetta verso la grande avventura francese della Datar: prima tra le tante indagini fotografiche territoriali europee in cui Basilico è l'unico fotografo italiano.
Nella presentazione Basilico ha mostrato una sequenza di immagini, tratte in prevalenza dal suo ultimo libro Scattered city, in cui “fianco a fianco” sulla stessa “doppia pagina” convivono Bilbao e Brescia piuttosto che Roma e Bruxelles o Napoli e Barcellona (ipotizziamo una sequenza poiché non compaiono didascalie nel libro). L'occhio di Basilico sorvola a bassa quota queste periferie restituendoci una composta e rigorosa immagine in elegante bianco e nero di una periferia mondiale, senza luogo e senza qualità se non quella fotografica.
Guardare al dito o alla luna?
E’ proprio sull'ambiguità-equivoco tra l'oggetto e la sua rappresentazione che si gioca buona parte dell'incontro tra il fotografo e gli architetti che guardano al contenuto dell'immagine e si interrogano e lo interrogano su quali spazi della città debbano essere riqualificati, sui luoghi non luoghi, sulle attività di pianificazione urbana ecc..
Ma l'autore stabilisce chiari i confini e, chiamandosi fuori da problematiche urbane che non lo riguardano, dichiara esplicitamente che il suo è un progetto artistico e come tale va guardato con occhio attento e consapevole che la sua non è la realtà ma la sua realtà, o testualmente "l'illusione della realtà". Il suo sapiente sguardo infatti - come è anche stato sottolineato da un intervento in sala - è in equilibrio.
La ricerca dell'equilibrio egli riconosce è alla base della sua "misurazione visiva" degli spazi. L'occhio fotografico va alla ricerca misurata del suo punto di vista - che non è certamente quello del fruitore quotidiano dello stesso spazio. E' lo spazio in quanto tale, come alternanza di pieni e vuoti, bianchi e grigi che interessa all'autore.
Precisa ancora una volta che le figure umane non compaiono perché offrono altre informazioni o distrazione rispetto alla costruzione fotografica dello spazio. Insiste sulla ricerca ostinata del punto di vista, il suo punto di vista, in cui piazzare cavalletto e banco ottico per comporre con estrema precisione e mestiere le linee di forza e le luci riflesse da cavalcavia, torri, condomini piazze pali e cartelli e tutto quanto concorre alla equilibrata composizione dell'immagine che Basilico ci offre di un mondo che di equilibrio sembra averne ben poco.
Geografia a bassa quota
Guardare le figure, quindi come figure, sembra essere il suggerimento che Basilico ci insegna - lasciando le problematiche urbanistiche ai professionisti del mestiere - insistendo sul fatto che le sue immagini restituiscono il "senso del luogo connesso al senso dello sguardo". Le sue fotografie ci restituiscono una sorta di carta geografica ad altezza cavalcavia, i cui punti di vista inconsueti e decentrati vanno a rivelare quello che l'occhio distratto e in movimento guarda ma non vede, mentre il suo "tempo lungo della visione" fatto dalle immagini contemplative e rigorose di matrice ottocentesca - come egli ama ripetere - finisce per rendere irriconoscibile Milano al milanese (sua affermazione) e ad uniformare visivamente ed in modo certamente estetizzante Beirut a Parigi o le Havre ad Ancona in un unico e forte percorso visivo di periferia.